29 Settembre 2009

Quando non ero soldato

div divDa quando ho visto le foto della Papo (Rachel Papo, a href="http://www.serialno3817131.com/index.html" target="_blank"Serial n. 3817131/a) e letto un po' di quot;Quand'ero soldatoquot; di Valérie Zenatti non faccio che guardarmi intorno e vedere tutti con la divisa, soprattutto noi ragazze. Ho trovato il mio pensiero ossessivo del mese, ed è un'ossessione di cui è molto difficile liberarsi, perché suscita interrogativi su più livelli. Primo, mi sento vagamente in colpa perché mi identifico con i soldati e non con i civili. Un diavoletto maligno mi dice: quot;Ti fanno pena perché non possono uscire dalle basi, perché sono in pericolo, perché fanno una vita dura che magari non avrebbero scelto. Ma i ragazzi palestinesi, sono diversi? Anche loro non possono andare dove vogliono liberamente, anche loro sono in pericolo e fanno una vita che non avrebbero scelto. E non per due anni o tre: per tutta la vita.quot;. Il diavoletto non ha torto: anzi, ha perfettamente ragione. Per vittime che possano essere i soldati- e cavolo se lo sono, ragazzi di diciotto anni, più giovani di me, che devono rinunciare alla loro vita, alla vita che noi abbiamo e a cui avrebbero diritto- gli quot;altriquot;, chiamiamoli così anche se io detesto dividere il mondo in quot;loroquot; e gli quot;altriquot;, comunque, gli altri, dicevo, sono messi anche peggio. Forse il motivo sta nella mia formazione: sono una ragazza occidentale, europea e nordamericana. Non so cosa voglia dire sopportare umiliazioni quotidiane, essere chiusi in una stanza mentre i soldati ti buttano in aria la casa, non so cosa si prova a dover supplicare per andare all'università, a scuola, dal dottore o a fare la spesa. Sapere che tutto questo accade mi fa tocere lo stomaco dalla rabbia, ma lo vedo come qualcosa di esterno da me. Mi è più facile immaginare cosa si provi a dover lasciare casa e amici quando si è tutto sommato bambini per diventare adulti nel peggiore dei modi. E mi chiedo come sarei stata io, cosa avrei fatto, cosa avrebbe fatto mio fratello e cosa avrebbero fatto quelle teste matte dei suoi amici, che hanno diciassette anni e mi sento al tempo stesso sollevata e colpevole- anche se non capisco di cosa dovrei sentirmi in colpa. /div divNonostante il diavoletto si accanisca a farmi scegliere, e nonostante una fetta notevole del mondo sembri pensare che la sofferenza si uno escluda quella dell'altro, io non riesco a vedere solo vittime e solo carnefici, da nessuna delle parti. Anzi. Finché ci sarà chi nel mondo, non solo in Israele, continuerà a credersi santo e al riparo da responsabilità, tutto continuerà ad andare come sempre. Cioé male. Il che non vuol dire lavarsi le mani dicendo quot;tanto hanno torto e ragione tutti e duequot; e buonanotte, perchè allora diciamo quali sono queste ragioni e questi torti. Diciamo in cosa hanno sbagliato gli uni e gli altri. Perché ci sono responsabilità precise, che vanno messe in luce al di là di un generico cerchiobottismo. Hanno sbagliato tutti, è vero (se i morti negli attentati e nelle operazioni militari si possono chiamare sbagli: a me sembra che servirebbe una parola diversa, ma cose come quot;drammiquot; quot;tragediequot; quot;vergognequot; sono ormai inflazionate, quindi vada per sbagli, anche se so che sono ben altro): ma il paese che da una quarantina di anni occupa una terra non sua, discriminandone gli abitanti e disonorando se stesso è uno, ed è Israele. Anche se è un paese bellissimo e affascinante, il risultato di un esperimento umano meraviglioso- no, sionismo all'inizio non era una parolaccia- anche se un giorno mi piacerebbe vivere là e ci vivrò, anche se è vittima delle schizofrenie di Ahmadinejad e dell'ingiusto rifiuto dei paesi arabi di riconoscerlo, anche se è tutto questo, occupa una terra non sua. E anche se i Palestinesi, e in particolare quel simpatico coacervo di vigliacchi e fanatici che li comandano, non vanno esenti da responsabilità, come spesso si pensa sbagliando, e al di là di chi abbia cominciato o di chi sia la colpa, o di cosa dica la Bibbia (queste argomentazioni della michia lasciamole ai Born Again Christian), o di chi stava lì tremila, ventimila, settantamila anni fa, ecco, pure tenendo conto di alcune cose e lasciandone perdere altre, a volte penso che questo splendido paese sia, innanzitutto, vittima di se stesso, dei suoi leader pavidi e fanatici, delle sue contraddizioni che come in ogni paese sono la parte più bella ma possono diventare la rovina, delle sue paure anche immotivate, della sua incapacità di guardarsi dentro. Può darsi che io sia ingiusta, pensando questo. D'altraparte è difficile pensare con obiettività. In alcuni momenti ho pensato anche il contrario, e cioé che i Palestinesi sono degli imbecilli, che hanno buttato a mare occasioni che Curdi, Tibetani, Ceceni e via dicendo avrebbero supplicato, che hanno sempre scelto modi del minga per far valere le loro giustissime pretese, e che alla fine chi è causa del suo male deve piangere se stesso. Chissà. /div divE come sempre quando parlo di questo argomento, non c'é un punto d'arrivo. Scrivo e arrivo alla fine più incasinata di prima, con un altro diavoletto che mi urla di fregarmene, che in Italia stiamo messi malissimo e che dovrei pensare a quanto il B. ci stia rovinando (hai ragione, piccolo.). Però l'ossessione resta. Finché non ne arriverà una nuova, continuerò a guardarmi intorno pensando a cosa farei io con la divisa addosso. A cosa faremmo tutti noi, e a quanto è sottile il limite tra normale e insopportabile. /div/div
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